Gian Carlo Caselli è una di quelle persone da libri di storia. Come Togliatti o Mazzini. Ma non ha l’aria del sognatore, dello statista. Anzi, con i suoi capelli bianchissimi e la parlata sciolta ha poco di aulico. Eppure, chi studia la sua vita sui manuali e non ha la possibilità di vedere il suo viso, se lo dipinge come quello di chissà quale super-eroe. Perché è un po’ così che ci si immagina gente come lui, come Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa. Quei personaggi su cui aleggia ormai la dimensione del mito. Caduti per la Patria. Ma Caselli è ancora in piedi, il ciuffo canuto sulla fronte, con l’aria di uno che con la sontuosità dei manuali di storia ci va poco d’accordo. Sembra voler dire che non è stato lui a insinuarsi nelle pieghe dei libri, ma essi ad essersi appropriati della sua vita. Lui è essenzialmente un funzionario di Stato che ha fatto il suo dovere nel rispetto della Giustizia. E per questo gli fa strano che gli si diano i connotati di un Batman della legalità. In una condizione normale non ci sarebbero stati motivi perché lui diventasse leggenda. Non più di una commessa gentile o un panettiere molto abile; gente, insomma, che fa il proprio lavoro.
Questo in una condizione di normalità. Ma ciò non si può dire dell’Italia, del Paese più contraddittorio del mondo. Così già il suo modo di fare così poco retorico, ma umano ed acuto, è una critica sociale: sembra chiedere che razza di paese sia quello in cui un magistrato diventa un idolo. E la sua biografia, che con leggerezza ha ripercorso per il pubblico dell’Auditorium BPN di Novara la sera dell’8 febbraio scorso, dà conferma della straordinarietà di quest’uomo e dell’extra-ordinarietà dell’Italia. Quasi sorridendo parla della sua esperienza a Palermo, delle minacce, le bombe, la scorta. E proprio per gli uomini che lo hanno protetto negli ultimi vent’anni cede all’impulso della glorificazione enfatica. Anche loro semplici lavoratori. Sebbene rischino ogni giorno di saltare in aria. Solo in una situazione di guerra civile perenne un magistrato e dei poliziotti devono vivere con il terrore di essere attaccati in ogni momento.
Eccolo allora ripercorrere, tramite la sua vita ed il suo libro Le due guerre, le ultime decadi di storia italiana. Il suo discorso si snoda in molte direzioni, come tipico di chi narra esperienze vissute in prima persona, e va a toccare molti punti salienti. Primo fra i quali le responsabilità politiche della piaga malavitosa. Ricorda il fatto che Andreotti non è in galera per prescrizione, non per innocenza. Ricorda l’isolamento politico ed istituzionale che mise all’angolo Falcone ed il suo pool. Le campagne mediatiche contro i collaboratori di giustizia. Da come esce dalle sue labbra la storia dell’antimafia sembra quella della tela di Penelope. La Giustizia tesse il mattino e la politica distrugge la sera. La collusione tra potere politico e mafioso è il concetto chiave del discorso del procuratore. Infatti si sottolinea come, nonostante i grandi progressi fatti nel fermare l’ala militare dei clan, tutt’ora il problema delle connessioni antidemocratiche non è stato risolto.
Il parallelo che il libro di Caselli istituisce tra Mafia e terrorismo brigatista chiarisce ulteriormente le idee. Le Brigate Rosse si sono frantumate su sé stesse quando tutti gli schieramenti politici, così come l’opinione pubblica, le hanno isolate. Da quel momento in poi si sono fatti avanti i pentiti e l’organizzazione si è svuotata dall’interno. I messaggi che molte azioni da parte di disparati Governi hanno dato alle istituzioni mafiose sono stati assai diversi. Anche nel periodo di massima lotta alla Mafia, quello legato a Borsellino e Falcone, una sorta di tacito accordo ha sempre tutelato i grandi boss. Fossero caduti loro, avrebbero trascinato con sé anche i grandi nomi dell’amministrazione pubblica. Forti di questo patto di sangue, le Mafie hanno continuato ad ingigantirsi. Fino ormai ad invadere completamente anche l’economia sana. Secondo l’analisi di Caselli, in un momento di crisi finanziaria, come quello in cui si sta vivendo ora, la liquidità altissima delle famiglie malavitose è un concorrente sleale, capace di vincere con una concorrenza imbattibile.
Nonostante il quadro desolante raffigurato è chiaro che l’intento di Caselli sia quello di spronare la società civile quanto più a ribellarsi. Il rapporto di amicizia che da lungo tempo lega il magistrato ai gruppi di antimafia sociale come Libera o Acmos si palesa quando inizia ad esporre il suo piano per sradicare il fenomeno mafioso. Solo colpendo alla base il tessuto delle organizzazioni, facendo cultura ed informazione, si possono creare gli anticorpi sociali necessari. Anche se la lungimiranza dei padri costituenti, figure quanto mai abili di pensare al futuro, balza all’occhio quando si fa notare che questi sistemi di difesa già sono compresi nei primi articoli della Costituzione. Dall’Articolo 3 che sancisce l’uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini, ma soprattutto impone allo Stato di eliminare ogni ostacolo economico e sociale che impedisca l’autorealizzazione della persona. A questo titolo è significativa una citazione di Pietro Aglieri, uno dei più spietati corleonesi, che disse a Caselli: Quando venite nelle nostre scuole a parlare ai nostri ragazzi di legalità, questi vi seguono. Ma quando, maggiorenni, cercano un lavoro, una casa, un futuro, chi trovano? Noi. Ecco perché le azioni di Libera, come il riutilizzo dei beni confiscati, entrano nel novero delle azioni di responsabilità civile straordinarie.
E così, quando lascio la sala dell’auditorium dopo avergli stretto la mano, non posso che pensare di aver incontrato un grande uomo. Un grande. Ma pur sempre un uomo e non un astratto Superman.
Luca Mario,
Referente del presidio di Libera Beppe Alfano presso il Liceo Antonelli di Novara.